lunedì 4 marzo 2013

"Ciò che vale non si vede". Il sociologo Franco Ferrarotti: "È questa la lezione di Benedetto XVI"

"Ciò che vale non si vede"  

Il sociologo Franco Ferrarotti: "È questa la lezione di Benedetto XVI". "C'è nella folla di oggi un estremo bisogno di valori finali e di trascendenza"

“Una folla sterminata, meravigliosa, stranamente festante”. “Non un addio né un arrivederci. Ma una compresenza diversa e profonda”. “Abbiamo assistito a un fatto al tempo stesso straordinario e paradossale anche per la mentalità laica e non credente. Abbiamo assistito allo splendore della sconfitta apparente, la virtù della rinuncia. Un messaggio dirompente”. Sono emozioni a caldo quelle che il sociologo Franco Ferrarotti esprime, “da laico e agnostico”, al Sir subito dopo aver seguito in tv l’ultima udienza di papa Benedetto XVI. Maria Chiara Biagioni lo ha intervistato.

Che impressione le ha fatto oggi piazza San Pietro?

“Una folla sterminata, meravigliosa e stranamente festante visto che tanti potevano attendersi una folla piuttosto mogia. E invece abbiamo visto una folla gioiosa che ha dato uno spettacolo edificante. Una folla numerosa che ha riempito letteralmente piazza San Pietro, e poi tutta via della Conciliazione, le vie laterali di Borgo Pio fino a Castel Sant’Angelo”.

Come si spiega questa partecipazione?

“Tutto il mondo si è reso conto che questo Papa, con la sua decisione, ha dato corpo a un fenomeno di portata storica. Credo anche che non possa lasciare indifferenti. A che cosa abbiamo assistito? Abbiamo assistito a un fatto al tempo stesso straordinario e paradossale anche per la mentalità laica e non credente. Abbiamo assistito allo splendore della sconfitta apparente, la virtù della rinuncia. Un messaggio dirompente per i nostri uomini e le nostre donne di potere: il Papa ha mostrato che cosa è il potere come servizio. Non un potere solitario di colui che comanda, ma un’autorità autorevole che fa crescere. Il potere schiaccia, l’autorità fa crescere. E poi c’è una seconda lezione, ancora più importante”.

Quale?

“La rivalutazione della preghiera. Che oggi sembra estranea persino ai credenti. La preghiera non è solo una richiesta. È un colloquio con Dio ma anche con se stessi. E quindi la preghiera come un richiamo dell’interiorità. Debbo dire che papa Benedetto XVI con la sua natura di professore, di studioso, con il suo bisogno di privacy che è venuto fuori anche da quello che ha detto stamane, richiama all’interiorità: mentre oggi tutto sembra esteriorizzato, ci rivela la preghiera come un momento umile che non si esaurisce nella richiesta del favore a Dio, ai Santi, ai Padroni, ma diventa un dialogo con le realtà trascendenti e con se stessi. Trovo in questo richiamo alla riservatezza, al momento del dialogo con se stessi per poter dialogare con gli altri, una lezione di straordinaria importanza”.

Quale ricaduta ha questo messaggio al mondo di oggi?

“Mi riempie di ammirazione e mi tocca personalmente: più nessuno oggi si vuole dimettere, tutti sono abbarbicati al potere anche quando non hanno nulla da dare e da dire. Si ricerca la visibilità a tutti costi: è straordinario invece che un uomo che è anche vicario di Dio, decida di nascondersi al mondo. Che cosa vuol dire, qual è il messaggio? Che ci sono realtà che non si esauriscono nello spettacolo, che ci sono valori finali e strumentali che non si esauriscono nella chiacchiera o nella presenza. Ci sono delle assenze più importanti di molte presenze”.

Oggi, in piazza San Pietro, abbiamo visto una folla sterminata. Eppure Benedetto XVI è un uomo di studio e lancia messaggi talvolta anche esigenti, difficilmente popolari. Lei che lettura dà invece a questo fenomeno delle piazze che si riempiono per lui?

“C’è nella folla di oggi un estremo bisogno di valori finali e di trascendenza. Questo è un mondo che muore perché è mosso da uno spasimo di successo, che in fondo non risolve alcun problema se non la piccola vanità di anime minime. E la lezione, credo, di questo Papa è che ciò che vale non si vede. I mezzi di comunicazione, seppur meravigliosi, schiacciano sull’immediato e sul presente ed esteriorizzano la capacità introspettiva”.

Dunque anche la folla oggi ha lanciato un messaggio. Quale?

“Una folla meravigliosa che mi ha sorpreso. Mi ha fatto capire che, al di là delle frequenze e dei sacramenti, al di là a dei comportamenti rituali esterni, c’è un enorme bisogno di sacro e di religioso. Viviamo nel paradosso secondo cui proprio nelle società più tecnicizzate, in quelle che si pensano e si autodefiniscono del tutto razionali, in cui si crede che il sacro sia eclissato, proprio queste società sono sensibili al richiamo del sacro. E questa folla lo esprimeva: non macerazione o tristezza. Bensì un nuovo misticismo che è quello di colui che predica sui tetti e si riconosce nell’offrire il proprio sforzo a servizio degli altri, del prossimo”.

Perché la folla era festante? In fin dei conti doveva essere il giorno dell’addio, della nostalgia.

“Perché non è stato un addio o un arrivederci. Ma una compresenza diversa e profonda. Questo Papa ci riporta ai principi fondamentali del cristianesimo che non sono la trattativa commerciale, il successo, la ricchezza materiale. Ma l’apertura alla grande esperienza del Divino nel quotidiano”.

Come vede il futuro della Chiesa?

“Sono certo di un fatto: che il risultato di questo Conclave sarà il risultato migliore che la Chiesa come istituzione, nelle circostanze determinate, potrà dare. Forse in pochi hanno capito che l’elezione del Papa è certamente frutto di una democrazia, ma integrata e compensata dalla conoscenza e dall’esperienza”.

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