sabato 2 febbraio 2013

La gioia della consacrazione. Nella festa della Presentazione del Signore (Perrella)

Nella festa della Presentazione del Signore

La gioia della consacrazione


di Salvatore M. Perrella


Il 2 febbraio la Chiesa celebra, secondo un'antica tradizione risalente al VI-VII secolo, un evento della vita del Signore che getta luce sulla sua identità e missione universale. Si tratta della Presentazione al tempio di Gesù da parte dei suoi genitori (cfr. Luca, 2, 22-40). 

In tale giorno si celebra contestualmente anche la Giornata mondiale della vita consacrata. Il testo evangelico della celebrazione liturgica pone in evidenza, in un contesto di luce trascendente, il Figlio di Dio e della Vergine donato all'umanità come rivelazione, luce e salvezza. Il rito a cui il Bambino viene sottoposto declina sia l'appartenenza al popolo delle promesse, sia la sua appartenenza al Dio dell'alleanza, di cui egli ne è e ne sarà il rivelatore storico ed escatologico. Nessuno come lui è vero Figlio del Padre; nessuno come lui è autore e perfezionatore della nostra fede (cfr. Ebrei, 12, 2); nessuno come lui è più prossimo a ogni uomo cercatore di verità, di santità e di salvezza. La Madre, offrendolo al Padre, si offre anche lei come serva della redenzione, venendo innestata nel grande mistero della kenosi salvifica del Figlio che gli viene predetta anzitempo dal vegliardo Simeone: «E anche a te una spada trafiggerà l'anima» (Luca, 2, 35); tale mistero la coinvolgerà talmente da esserne performata e poi donata all'umanità come madre universale (cfr. Giovanni, 19, 25-27), perché discepola e maestra di vita cristiana.
In quest'Anno della fede voluto da Papa Benedetto XVI per ravvivarla e impegnarla al fine della “nuova evangelizzazione”, i consacrati debbono anch'essi sentirsi impegnati mediante il loro plurimo servizio e verace testimonianza teologale a far sì che «la luce di Cristo riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini annunziando il Vangelo a ogni creatura (…). Le condizioni del nostro tempo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente uniti da vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire una piena unità in Cristo» (Lumen gentium, 1).
La vita religiosa è un dono prezioso per la vita della Chiesa e per il mondo; dono ed esperienza plurisecolare che oggi più che mai vanno difesi, promossi, riletti e riproposti alle giovani generazioni postmoderne, che sembrano, almeno in Occidente, non interessate a tale carisma, donazione e servizio. La vita consacrata è in definitiva una esistenza dedita integralmente, spirito, anima e corpo, cioè toto corde, al Signore sommamente amato e servito; per poi porsi come segno nel mondo e tra gli uomini di un amore che sazia, disseta, sostiene e dà gioia. In una società postmoderna, che attraverso i mass-media, le varie forme di pubblicità, il permissivismo, confonde amore e sesso e cerca di sottrarsi all'angoscia della solitudine esistenziale con l'ebbrezza dell'eros senza impegno e responsabilità, la vita consacrata risponde che essere amati da Dio in Gesù Cristo può bastare a superare ogni solitudine e a sprigionare energie di amore oblativo al servizio degli altri.
La gioia è il senso di pienezza dell'essere, che viene esperito nella sua dimensione più alta che è lo spirito, per cui Gabriel Marcel può legittimamente parlare del gaudium essendi. Sì, la gioia si colloca nella sfera dell'essere, ne è il suo splendore. Allora risulta chiaro, scrive Erich Fromm, che la «mancanza di gioia rende necessaria la ricerca di piaceri sempre più nuovi, sempre più eccitanti». La gioia piena la si sperimenta «non in qualcosa ma in qualcuno: in qualcuno da cui ci si sente ormai amati e che ci si sente di amare. La gioia del consacrato è Cristo, il risuscitato vivente. La consapevolezza di appartenere a lui come il solo necessario e il solo sufficiente, in una donazione totale, è base di questa pienezza dell'essere» (Sabino Palumbieri). Infatti, per fede i consacrati seguono e si donano completamente a Cristo e alla sua buona causa, «lasciando ogni cosa per vivere in semplicità evangelica l'obbedienza, la povertà e la castità, segni concreti dell'attesa del Signore che non tarda a venire» (Porta fidei, 13). Diviene perciò naturale, nel discorso sulla vita consacrata, guardare con ammirazione e affetto a Maria come modello, ispirazione, sostegno e speranza di coloro che, donne e uomini, seguono più da vicino il Cristo casto, povero e obbediente, considerandola icona di quello che la vita consacrata è e intende essere nella Chiesa e nel mondo.
Difatti, nella propria dedicazione a Cristo, moltissime famiglie maschili e femminili di consacrati guardano alla Madre di Gesù come a loro immagine conduttrice, perpetuando nella Chiesa un'antica e cordiale consuetudine, che affonda le sue radici nella stessa comunità apostolica (cfr. Atti degli apostoli, 1, 14). Maria di Nazaret, così profondamente e concretamente madre, è stata considerata fin dal ii secolo la “vergine” per antonomasia, la “Vergine del Signore”. Molto presto furono colte dalla riflessione cristiana le implicazioni dogmatiche della sua verginità e, a partire dal III secolo, ella fu presentata prevalentemente come il modello o l'immagine suprema della verginità consacrata. Una consuetudine fatta di amorosa venerazione e imitazione della Madre di Gesù nella fedeltà alla sequela, nell'adesione costante al Vangelo di salvezza, nel senso ecclesiale della vocazione cristiana, nell'opzione preferenziale nei riguardi dei piccoli e poveri come protagonisti del Regno di Cristo. Una consuetudine che ancora oggi si motiva, si approfondisce, si esistenzializza come “profonda consonanza”. Il vangelo della Presentazione di Gesù al tempio indica alla Chiesa intera, e quindi anche ai consacrati, che l'assunzione nella propria esperienza credente del Figlio di Dio accolto come dono e servizio affinché il mondo creda in lui e abbia la vita eterna (cfr. Giovanni, 3, 15) comporta fare esperienza della incredibile fecondità della maternità messianica della Theotókos, che anche grazie al suo contributo vide crescere e fortificare nella sapienza e nella grazia quel Figlio che Dio le diede in umana e teologale custodia pro totius mundi. Questo servizio d'amore perpetua e attualizza nel mondo una traditio lampadis che non può essere tralasciata, pena l'ulteriore grave perdita dei valori tramandatici dall'Evangelium vitae, che per due millenni ha forgiato e performato intere generazioni non solo cristiane in Oriente e in Occidente.

(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2013)

Nessun commento: