sabato 9 febbraio 2013

È Pietro che parla. Giovanni Maria Vian commenta la lectio divina del Papa


È Pietro che parla

Ancora una volta Benedetto XVI, improvvisando per quasi mezz’ora, ha parlato dell’essere cristiani. 
Lo spunto è venuto dall’inizio della prima lettera di Pietro, «quasi una prima enciclica», testo sul quale il vescovo di Roma ha riflettuto davanti ai suoi seminaristi. 
Secondo la prassi antica della meditazione sulla Scrittura ispirata da Dio (lectio divina) e con parole che toccano il cuore e interpellano la ragione. E grazie a una riflessione ricchissima e impressionante sul destino di chi è chiamato a presiedere la comunione cattolica, ma anche della Chiesa e di ogni cristiano.
A parlare è Pietro, il primo degli apostoli, che ha riconosciuto nel maestro di Nazaret l’unto di Dio, il Cristo. Un uomo dunque pieno del «desiderio di Dio», ma anche peccatore. Come sempre, da antico docente abituato a confrontarsi con ogni difficoltà, il Papa non ha ignorato le obiezioni sull’autenticità del testo. Con finezza e piena plausibilità storica le ha risolte sottolineando che la lettera esprime la fede della Chiesa, perché in nome di essa (ex persona ecclesiae) l’autore detta le sue parole, e non — ha aggiunto con filo di ironia — come un genio dell’Ottocento.
Al centro della meditazione del successore di Pietro è dunque la Chiesa di Cristo. 
E proprio il cammino dell’apostolo da Gerusalemme a Roma mostra il suo destino e quello della comunità cristiana, in ogni tempo. Destino che sempre ha compreso il martirio, il quale — ha osservato significativamente Benedetto XVI — «può avere forme molto diverse», in un gruppo che oggi è il più perseguitato, perché non conformista. Una minoranza con una «grande storia» e che pure porta in sé la sorte della dispersione in questo mondo, dell’essere sempre stranieri.
Con linguaggio biblico e come un antico autore, il Papa ha saputo descrivere con immagini suggestive e vere «l’albero della Chiesa», che non è morente ma «cresce sempre di nuovo». 
Benedetto XVI infatti sa — tante volte lo ha detto e lo sperimenta, come ogni cristiano — che «la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini», ma al tempo stesso è «l’albero di Dio» e porta in sé la vera eredità che rimane.
Per questo, con forza il Papa ha ripetuto la parola di Giovanni XXIII, mezzo secolo dopo l’apertura del concilio e smentendo ancora una volta chi si ostina a dipingerlo come pessimista: non bisogna lasciarsi impressionare dai «profeti di sventura» perché la Chiesa non muore, ma sempre si rinnova e rinasce (semper reformanda). In un processo di purificazione che desidera la guarigione e guarda al futuro di Dio.
  
g.m.v.

(©L'Osservatore Romano 10 febbraio 2013)

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